Il ministro delle Finanze delinea i connotati della prossima privatizzazione da parte dello stato italiano, ma non indica tempistiche e quantità delle azioni che saranno cedute. Cessione dopo il 20 marzo.

Dell'inviato Giuseppe Failla, pubblicista italiano di finewsticino.ch

L’unica certezza che abbiamo allo stato attuale riguardo alla prossima cessione di una quota di Poste da parte del Governo Italiano è che questa privatizzazione, e quelle che seguiranno a stretto giro, non avrà nulla a che vedere con le esperienze del passato. Ma soprattutto che non verrà ceduto il controllo societario.

«La cessione di una quota della partecipazione detenuta dallo Stato in Poste Italiane non determinerà in alcun modo la perdita del controllo sulla società» ha detto il ministro dell'Economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti spiegando poi che «lo Statuto di Poste Italiane contiene una clausola di limite al possesso azionario in base alla quale nessun soggetto diverso dal Ministero delle Finanze, da enti pubblici o da soggetti da questi controllati può detenere azioni per una quota superiore al 5% del capitale della società».

Azioni al pubblico dei risparmiatori in Italia

La vendita «sarà effettuata anche mediante l'offerta di una parte delle azioni al pubblico dei risparmiatori in Italia, tra i quali rientrano i dipendenti del Gruppo Poste Italiane». La quota di Poste oggi in mano pubblica è pari complessivamente al 64,26%, dai cui il 35% è detenuto da Cassa Depositi e prestiti e il 29,26% dal Ministero delle Finanze, mentre la restante quota, pari al 35,74% è detenuta dal mercato.

Il Ministro non ha voluto dare stime sull’incasso atteso. «Sarebbe prematuro fornire dati sull'ammontare delle risorse che deriveranno dalla cessione delle quote di minoranza di Poste quando queste saranno collocate sul mercato» ha spiegato.

Nessuna svendita

Giorgetti, e prima di lui il primo ministro Giorgia Meloni, ha ribadito più volte che in nessun caso la cessione sarà una svendita di asset pubblici. «Credo che qualcun altro abbia svenduto in passato importanti asset del Paese.

Certamente non lo farà questo governo» ha detto ricordando poi che «il controllo di società quotate si può svolgere in diverse forme, detenendo la maggioranza del pacchetto azionario oppure detenendo un numero di azioni sufficiente per avere il controllo dell’assemblea. Questo si verifica in aziende strategiche per il Paese da tanti anni anche attraverso Cassa depositi e prestiti: basta citare Eni, Enel e Leonardo. Lo stesso modello può essere replicato con lo stesso grado di successo anche su Poste».

Nei giorni scorsi lo stesso Giorgetti aveva precisato che il governo avrebbe mantenuto una quota non inferiore al 35%. Numeri alla mano, del 64,2% in mano allo Stato, si tratterebbe di dismettere una quota del 39% circa, ovvero la totalità della partecipazione oggi in mano al Ministero mentre l’operazione non dovrebbe, invece, coinvolgere Cassa depositi e prestiti, la cui quota del 35% resterebbe intatta. L’incasso previsto dalla dismissione è stimato a oltre 3,5 miliardi di euro. Una cifra importante considerando che il governo conta di incassare 20 miliardi in tre anni dalle privatizzazioni.

Quando ci saranno le condizioni

L’operazione ha poi detto il ministro «sarà fatta quando le condizioni di mercato ci convinceranno che è un affare e un interesse per il pubblico e un interesse generale». La cessione non verrà comunque realizzata prima della presentazione del nuovo pian o industriale dell’azienda in calendario il prossimo 20 di marzo.